Storia di Cristina

Storie di affido: la storia di Cristina.

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Avevo sette anni quando la mia famiglia ha deciso di iniziare a far parte di questo progetto ed ero cosi emozionata all’idea che avrei avuto una sorella della mia stessa età che non mi resi nemmeno conto di quello che stava succedendo. Forse perché troppo emozionata, o forse perché ancora ingenua nei miei sette anni di vita. Iniziamo a conoscere quella che sarà il nuovo membro della famiglia e ogni volta che la vedevo mi rendevo conto che era sempre più uguale a me, che saremmo potute andare davvero d’accordo, che con lei avrei vissuto momenti davvero speciali e che mi sarei divertita tantissimo. Lo pensavo davvero ma mi resi conto che niente sarebbe stato come prima quando iniziò a vivere con noi. Aveva bisogno di costanti attenzioni, probabilmente dovute al fatto che era stata dichiarata affidabile perché la sua mamma naturale non era in grado di gestirla. Piano piano vedevo che qualcosa stava cambiando anche all’interno della mia famiglia. Continuavo a pensare che era giusto cosi, che lei doveva avere più attenzioni di me e di mia sorella, perché altrimenti non sarebbe stata lì con noi. La gelosia, però, ogni volta mi distruggeva dentro. Sentivo che non avevo più la mia mamma e il mio papà e che piano piano si stavano allontanando da me. Sono cresciuta con questa bambina e il percorso che abbiamo affrontato non è stato per niente facile, anzi. Ogni giorno erano continue lotte per la “sopravvivenza”. Io volevo indietro i miei genitori e lei ne aveva sempre più bisogno perché erano una figura di riferimento. Solo adesso che ho diciassette anni riesco a comprendere davvero che quello che la mia famiglia ha fatto è stato un gesto grande, pieno di amore. Dopo due anni e mezzo di convivenza è arrivato il momento di salutarci e posso garantire che quel giorno è stato davvero duro. Mi sono sentita  all’improvviso sola e senza una compagna. Grazie alle moderne tecnologie sono riuscita a rimettermi in contatto con questa ragazza, ma probabilmente la gelosia che ci legava da piccole continua tutt’ora, perché non è andata a finire molto bene.

Il secondo caso di affido, davvero difficile, è stato con un bambino più piccolo di me. Ero in quinta elementare e non ero molto convinta di ripetere un’esperienza del genere. Sapevo che sarebbe stata dura ma non così tanto. Appena arrivato si è dimostrato subito  un bambino molto agitato, esuberante in modo eccessivo e che sapeva farsi rispettare spesso anche con la violenza. Aveva avuto problemi di violenza a casa e in qualsiasi situazione pensava che questo strumento potesse risolvere qualsiasi problema. Non è stato facile fargli capire che le cose si ottengono anche parlando tranquillamente senza alzare la voce. È stata un’esperienza molto difficile in quanto era molto testardo, convinto che la sua idea fosse sempre quella giusta e che quello che faceva lui era l’unica cosa corretta da fare. Per questo affido ringrazio davvero il cielo di aver avuto due genitori cosi. Sono stati molto presenti nell’anno che lui ha passato con noi e l’hanno seguito molto in tutti gli ambiti da quello scolastico a quello sportivo. Un’esperienza completamente diversa rispetto alla prima. Molto più pesante dal punto di vista psicologico. Io quell’anno dovevo iniziare le scuole medie e il pensiero che una sua crisi o una sua scenata potessero in qualche modo distrarmi dalla scuola mi devastava. Mi sentivo così grande ma nello stesso così piccola di fronte a una cosa così da grandi. Anche questo affido per fortuna o sfortuna è finito. L’addio è stato uno di quei saluti che non si vedono neanche nei film. Avevamo litigato prima che lui andasse via e ci siamo salutati da lontano con un gesto della mano. Molto triste. Dopo tre anni, rientrando a casa da scuola, mi aspettava qualcosa. Una proposta. Le mie intenzioni dopo l’ultimo affido erano state chiare: basta! Ma i miei genitori avevano ancora quest’avventura da propormi. Me lo dissero cosi: “Ha due anni, ed è malato”. Il cuore mi si sciolse in quel momento. Potevo forse rifiutare? La mia risposta fu quella che non avrei mai immaginato. Dissi di si.

Iniziò, allora, tutto il percorso di conoscenza del nuovo componente della famiglia: mille visite in comunità, le prove nel gestirlo e poi finalmente arrivò a casa. È stato un affido diverso dagli altri per molti motivi: il principale è che il bambino è molto più piccolo di me e in qualità di sorella maggiore, mi sono affezionata subito a lui.A causa di un ritardo neurologico, a due anni ha dovuto ricominciare a vivere. Cominciare a camminare, a parlare, a relazionarsi con gli altri…

Questo affido è ancora in corso e ogni volta che vedo questo bambino correre per casa o in giardino, mi rendo conto degli enormi progressi che ha fatto da quando è arrivato qui. Adesso non sta praticamente zitto e continua a muoversi. È sicuramente l’affido più difficile dal punto di vista sentimentale. A un bambino così piccolo ci si affeziona subito dal primo momento e so che allontanarsi da lui quando dovrà rientrare a casa sarà molto difficile e doloroso. Penso che l’esperienza dell’affido sia una cosa molto bella e significativa. Per fare un’opera di bene così grande, come accogliere una nuova persona nella propria casa e nella propria vita, ci vuole proprio un grande coraggio. È un’esperienza che in qualche modo arricchisce, sia nel bene che nel male e che sicuramente rende più forti. So che è un po’ insolito da dire, ma adesso, a diciassette anni, posso davvero ringraziare i miei genitori per quest’avventura che abbiamo intrapreso insieme. So che mi ha fatto conoscere realtà molto diverse dalla mia e che questa cosa ci rende una famiglia un po’ “speciale” e “professionale”.

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